Il porto di Ancona non è soltanto una grande infrastruttura. È il cuore produttivo della città e una parte essenziale della sua storia.

È un microcosmo nel quale convivono imprese, lavoro, commercio e logistica, ma anche cultura, territorio, paesaggio e ambiente. Ed è proprio questa pluralità a rendere ogni scelta sul porto particolarmente importante, perché ciò che accade dentro il porto produce effetti sulla città e sull’intero territorio regionale.

Per questo, come gruppo del Partito Democratico in Consiglio Regionale, abbiamo voluto avviare una riflessione sul futuro del porto di Ancona e sul ruolo dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Centrale.

Lo abbiamo fatto attraverso due iniziative.

La prima è una mozione, firmata da tutti i gruppi di minoranza, sul tema della riforma della portualità nazionale. Questa riforma interviene prevedendo la costituzione di Porti d’Italia S.p.A, una società gestita dal Governo e finalizzata a centralizzare le scelte sulle infrastrutture portuali.

Il dibattito su questo Disegno di Legge per riformare la governance portuale è in corso presso la Commissione Trasporti della Camera dei Deputati. Per questo motivo, in occasione di un’iniziativa realizzata presso la sede della Compagnia dei lavoratori Portuali di Ancona, ne abbiamo parlato con l’On. Valentina Ghio, che partecipa ai lavori dell’organismo parlamentare. Questa mozione quindi è la conseguenza anche delle riflessioni emerse in quella giornata. 

Non mettiamo in discussione la necessità di una programmazione coordinata nazionale delle infrastrutture portuali, ma riteniamo che sia necessario interrogarsi sugli strumenti e sul nuovo equilibrio tra Stato centrale e territori. Il rischio è che il rafforzamento di un soggetto centrale – una S.p.A. – finisca per ridurre il ruolo e l’autonomia delle Autorità di Sistema Portuale e, di conseguenza, la capacità dei territori di partecipare alle scelte che riguardano il proprio futuro.

Per un porto come quello di Ancona questo aspetto è particolarmente rilevante. Le decisioni portuali non sono soltanto economiche o infrastrutturali: possono riguardare la mobilità, l’ambiente, il paesaggio, la pianificazione urbana e la qualità della vita. Sono spesso decisioni complesse, nelle quali interessi diversi devono trovare un equilibrio.

Per questo crediamo che più efficienza non debba significare meno territorio, e che la semplificazione delle procedure non possa tradursi nell’allontanamento dei luoghi decisionali dalle comunità interessate.

La riforma pone inoltre interrogativi sul ruolo futuro di Porti d’Italia S.p.A., sulle competenze che le verranno attribuite e sul futuro della natura pubblica della governance e degli spazi portuali. Sono questioni che meritano un confronto serio e approfondito, anche per evitare che un processo di centralizzazione possa aprire la strada a forme di esternalizzazione o privatizzazione.

La seconda iniziativa riguarda invece il futuro concreto del porto di Ancona e i progetti che devono trasformarlo.

Ho presentato un’interrogazione a risposta scritta alla nuova governance dell’Autorità di Sistema Portuale (il neo presidente Mirko Carloni si è insediato ai primi di luglio) per conoscere lo stato di avanzamento degli interventi più strategici: il nuovo Piano Regolatore Portuale, la penisola, i dragaggi, lo spostamento dei traghetti alle banchine 19-20-21, l’area ex Tubimar e i progetti finanziati dal PNRR.

L’Autorità ha risposto alle nostre domande. Consideriamo quelle risposte un punto di partenza per il confronto successivo, soprattutto per verificare tempi, priorità, risorse e tabella di marcia degli interventi.

Perché occuparsi del porto significa fare entrambe le cose: discutere di chi e come dovrà governarlo e, allo stesso tempo, verificare che i progetti necessari al suo sviluppo vengano realizzati.

Il porto di Ancona è un’infrastruttura strategica per il Paese, ma è prima di tutto una parte della città e del territorio che lo ospita.

E il suo futuro, inevitabilmente, riguarda tutti noi.